Zeus faber

C’è un animale marino che da sempre mi ha affascinato per l’eleganza dei movimenti, l’aspetto misterioso, le lunghe pinne raggiate, le spine aguzze, il profilo pronunciato e … le macchie nere sul corpo. Non c’è mai un’immersione notturna nella quale non mi sia augurato d’incontrarlo, sebbene lo abbia fotografato decine e decine di volte in oltre 40 anni d’immersioni a Sorrento. Ne sono così affascinato che l’ho inserito, da svariati anni, come immagine del logo personale. Ovviamente mi riferisco ad uno dei pesci più bizzarri che si possono incontrare in mare, il Pesce San Pietro.

La leggenda sull’origine del nome narra che: “.. un giorno, sulle rive del mare, San Pietro fu fermato da alcuni increduli che presero a schernirlo. Allora il Santo, che era stato il più famoso pescatore di Galilea, mise una mano nell’acqua e ne tirò fuori un pesce che dalla bocca buttò fuori una moneta, utilizzata poi per pagare un pedaggio ai soldati romani, subito dopo lo liberò. Da quel giorno, per gratitudine, il pesce reca, su ognuno dei suoi fianchi, la sua impronta digitale”. 

 

Il pesce San Pietro (Zeus faber Linnaeus, 1758) è un pesce d’acqua salata, esponente della famiglia Zeidae. Vive nei pressi dei fondali di sabbia o fango ma anche nei fondali rocciosi ricchi di gorgonie a discrete profondità, di solito tra 50 e 200 metri. Durante le stagioni più fredde, tende a risalire verso fondali meno profondi, spingendosi per brevi periodi a qualche decina di metri dalla superficie. Vive abitualmente in tutte le acque temperate e tropicali, Mediterraneo e Mar Nero compresi. Nei mari italiani è abbastanza comune. Nell’Atlantico è presente lungo le acque costiere dalla Scandinavia al Sudafrica ma è raro più a nord della Manica. Nel Pacifico orientale si trova dal Giappone all’Australia. Segnalata la presenza anche nell’Oceano Indiano, lungo le coste della penisola indiana e del Madagascar.

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Il corpo è ellissoidale e compresso sui fianchi. La bocca è grande e si può protrarre in avanti come un tubo. Gli occhi sono abbastanza grandi. La testa è dotata di numerose spine ed asperità. La pinna dorsale presenta 9-10 spine allungate e filiformi molto sviluppate, mentre la parte molle della pinna è posizionata simmetricamente alla pinna anale. Le pettorali sono di medie dimensioni, le ventrali piuttosto lunghe. La pinna caudale è ampia ed ha margine leggermente arrotondato, trasparente con raggi bianchi. Lungo l’inserzione delle pinne dorsale ed anale sono presenti piccole piastre ossee che portano spine. Sul margine ventrale è inoltre presente una carena di scaglie appuntite. La livrea ha un colore di fondo biancastro, grigiastro o giallastro screziato di beige e di bruno. Il ventre è bianco. Al centro del corpo un grosso ocello rotondeggiante nero, bordato di chiaro. I raggi dorsali sono bianchi e bruni, le ventrali grigiobrune-verdi. Le altre pinne sono trasparenti. Le dimensioni massime si attestano sui 90 cm di lunghezza per 8 kg di peso. Si tratta di un un animale solitario e di facile identificazione che si riproduce dall’inverno alla tarda primavera,  le uova, sferiche, vengono fecondate esternamente e sono pelagiche. La maturità sessuale avviene dopo i 4 anni di vita, si nutre di crostacei,  molluschi  e  pesci che cattura con la tecnica dell’agguato, ossia avvicinandosi cautamente e cercando di rimanere inosservato il più possibile  sino al momento dell’attacco. Cattura le prede estendendo la bocca all’improvviso. E’ un cattivo nuotatore, usa il movimento delle pinne dorsale ed anale ed è incapace di scatti veloci. Viene catturato di frequente con reti a strascico e palamiti mentre è raramente preda dei pescatori sportivi. Le carni sono eccellenti, considerate fra le migliori in assoluto, esistono decine di ricette.

Quand’ero ragazzo ed andavo in acqua durante l’inverno con mio padre Enrico e mio fratello Arturo, ogni immersione a Marina Grande di Sorrento ma anche a Baia di Puolo, era arricchita dall’incontro di uno o più esemplari. Il sito era una garanzia d’incontro dello Zeus faber, tale da richiamare tanti amici fotosub che, desiderosi di fotografarlo non avendolo mai visto, puntualmente ritornavano a casa con il “trofeo” immortalato sull’emulsione della pellicola 35 mm. Con il passare degli anni inesorabilmente gli incontri si sono diradati, sia a causa della intensa pesca che dell’inquinamento antropico. Ora l’incontro è assolutamente occasionale, ma ancor più emozionante. Ogni volta che la luce della torcia che fende il buio si imbatte sui raggi dorati del pinnuto, il cuore salta in gola ed inizia a battere rapidamente. Spesso lo si osserva mentre è intento a cacciare, qualche volta anche quando è riuscito nell’attività, con il ventre prominente che lascia intravedere le dimensioni della preda. Si riesce ad avvicinarlo molto facilmente e fotografarlo, fin quando, disturbato dai flash, comincia ad inabissarsi lungo il pendio fangoso.

Mi è capitato solo raramente di osservarlo di giorno, nelle rare occasioni in cui l’ho incontrato tra i rami delle gorgonie rosse, non sono mai riuscito a fare delle belle foto come avrei voluto e questo è il mio più grande rammarico. Non demordo, prima o poi il mio desiderio sarà esaudito e quel giorno entrerà di certo tra i momenti più belli vissuti sott’acqua.

 

 

 

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