Le tartarughe del Borneo

Testo e foto : Marcello Di Francesco – www.marcellodifrancesco.com

 

Oggi giorno il fotografo subacqueo è sempre più spesso testimone degli effetti negativi che l’attività umana produce sui nostri mari. Non è raro, durante un’immersione, imbattersi in reti abbandonate alla deriva che continuano ad intrappolare ed uccidere indistintamente una quantità enorme di esseri viventi . Sono purtroppo ancora moltissime le testimonianze di pesca abusiva e bracconaggio che, non essendo calmierate o regolamentate, impoveriscono i fondali in modo totalmente incontrollato, oppure  l’inquinamento selvaggio di mari o fiumi che causa la morte di interi ecosistemi.

Il 71% della superficie del Pianeta è coperta dagli oceani e di questo meno dell’1% è protetto.  Eppure questa enorme distesa d’acqua oggi è in pericolo: pesca eccessiva e inquinamento stanno provocando il crollo delle popolazioni marine e l’estinzione di molte specie; la loro difesa è lasciata a poche organizzazioni ecologiste, spesso no profit, che cercano con i pochi mezzi a disposizione di arginare questo enorme problema.

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“Pesca eccessiva ed inquinamento le cause principali dell’estinzione di molte specie dei nostri mari”

 

Uno degli animali marini più a rischio estinzione è sicuramente la tartaruga marina, una specie antichissima che può vivere fino a cent’anni, che oggi sta lentamente scomparendo. Molte specie si sono estinte nel corso di milioni di anni durante il naturale processo evolutivo, molte probabilmente a causa d’improvvisi cambiamenti geologici o climatici. Oggi tuttavia intere categorie di animali si stanno estinguendo a causa di bruschi cambiamenti ambientali causati dall’uomo.  La tartaruga marina è sicuramente una delle specie più minacciata dalle attività umane.

Si stima che in natura, delle migliaia di uova di tartaruga che ogni anno vengono deposte, solo il 10 per cento circa riesca a nascere e raggiungere l’età adulta; altri fattori naturali contribuiscono a questi numeri: predatori come procioni e granchi si cibano direttamente delle uova che trovano all’interno dei nidi; una volta che queste si schiudono e i piccoli di tartaruga iniziano la loro corsa istintiva verso il mare sono facili prede degli uccelli, una volta raggiunta l’acqua vi si aggiungono tanti altri predatori affamati, come ad esempio gli squali che li cacciano anche una volta raggiunta l’età adulta. Anche se le cause naturali di morte sono molte, il primo antagonista di questa specie è sicuramente l’essere umano. Ecco i principali motivi di questo scempio ai danni delle tartarughe:

Consumo alimentare
In moltissimi paesi che si affacciano sul mare, soprattutto America centrale e Asia le tartarughe sono sempre state considerate come una fonte di cibo. Durante la stagione della nidificazione, i cacciatori setacciano le spiagge di notte in cerca delle femmine intente nella deposizione, uccidono le madri per la carne e prendono tutte le uova deposte.

Commercio illegale dei loro carapaci

I bracconieri non sono particolarmente interessati alle carni e alle uova di questi animali, ma ai loro gusci, venduti a peso d’oro al mercato nero. Per secoli sono stati creati gioielli ed altri oggetti di lusso con i bellissimi carapaci delle tartarughe embricate; si stima che questa specie sia diminuita del 90% nel corso degli ultimi 100 anni per soddisfare la vanità di alcuni.  Anche se ad oggi in molti Paesi del mondo la compravendita di qualsiasi prodotto derivato dalla tartaruga è severamente vietato, il commercio illegale continua a mietere vittime.

Pesca accidentale

Ogni anno centinaia di migliaia di tartarughe marine (a diversi stadi di crescita) sono accidentalmente vittime delle reti da pesca dove muoiono per annegamento (se anche non muoiono impigliate rimangono vittime di terribili mutilazioni che le portano alla morte in breve tempo). I decessi causati dalle reti a strascico, palamiti e nasse sono davvero difficili da quantificare visto l’enorme quantità di pescatori (locali e non) nelle acque tropicali di tutto il mondo, ma di certo i numeri sono preoccupanti e tristemente in aumento.

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“La pesca commerciale ogni anno uccide accidentalmente moltissime specie”.

Ingestione di spazzatura alla deriva

Si stima che più di 100 milioni di animali marini vengano uccisi ogni anno a causa dell’ingestione di rifiuti (soprattutto plastica) nell’oceano. Il PVC proviene ovviamente dalla terra ferma e migliaia di tartarughe marine ingoiano sacchetti di plastica scambiandoli per cibo; infatti, esse non li distinguono ad esempio da una medusa, componente principale della loro dieta.

Inquinamento luminoso

La nidificazione delle tartarughe avviene normalmente su spiagge tranquille e nel buio più completo, merce rara ai nostri giorni! Lo sviluppo costiero e la conseguente illuminazione artificiale tiene lontane le tartarughe che sempre più difficilmente riescono a trovare luoghi sicuri per deporre le loro uova. Inoltre le dighe marittime, i rivestimenti di roccia e i sacchi di sabbia posti a proteggere le spiagge dall’erosione complicano sempre più il processo di nidificazione naturale di questi meravigliosi animali.

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“La spiaggia di Sangalaki dove moltissime tartarughe verdi tornano ogni anno per deporre le loro uova”.

 

Inquinamento delle acque

L’inquinamento può avere gravi ripercussioni direttamente sulle tartarughe che, indirettamente, su ciò di cui si nutrono.  Gli incidenti navali con copiosa fuoriuscita di petrolio, gli scarichi (soprattutto illegali) urbani e industriali di prodotti chimici o i fertilizzanti usati in agricoltura contribuiscono inquinare e contaminare le acque dolci o salate; questo causa la morte sia di piante acquatiche che altri esseri viventi di cui si cibano le tartarughe marine, andando così a distruggere l’intera catena alimentare.

Per contrastare tutte le minacce di cui sono vittime le tartarughe, ci sono tanti programmi di tutela atti a proteggerle.
Se si analizzano tutti i rischi, certamente possiamo dedurre che riuscire in questo intento non è semplice. Come ho scritto prima, una dei maggiori antagonisti di questi animali siamo noi esseri umani tramite comportamenti non eco-responsabili. Tutti noi possiamo cercare di essere parte attiva nella tutela e dare un contributo per la conservazione delle bellissime tartarughe marine. Una maggiore sensibilizzazione del grande pubblico verso le minacce che ogni giorno questi animali devono affrontare è un buon inizio ma purtroppo non basta.

Sappiamo che è molto difficile cambiare abitudini e comportamenti errati, ma dobbiamo cercare quantomeno di ridurli quanto più possibile per garantire un futuro alle specie più a rischio. Una delle cose più urgenti per proteggere le tartarughe marine è la lotta al bracconaggio e la commercializzazione dei prodotti derivati dai loro carapaci. Un altro obiettivo importante dovrebbe essere quello di ridurre le morti accidentali causate da determinati tipi di pesca commerciale, la protezione totale delle spiagge di nidificazione istituendo parchi e rifugi, infine la riduzione dell’inquinamento luminoso artificiale.

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“Il rilascio di una piccola tartaruga verde su una delle tante spiagge del borneo Indonesiano”

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“Una giovane tartaruga verde comincia il suo lungo viaggio nell’oceano”

Una delle iniziative che in questi anni sta dando moltissimi frutti  è l’istituzione di veri e propri programmi di ricerca e tutela. Tra le organizzazioni no profit che si impegnano maggiormente in tal senso ci sono la  “Turtle Fondation” e la “Sea Turtle Conservancy”.

Durante gli ultimi due viaggi in oriente ho potuto “toccare con mano” i benefici che questo tipo di azioni concrete possono portare all’ambiente marino. In molte isole del il Borneo Indonesiano, nell’arcipelago delle isole di Derawan, Maratua e Shangalaki,  ed il Borneo Malese tra Sipadan, l’isola di Pom Pom e Mataking sono stati avviati programmi di tutela dove (sotto la guida di studiosi e biologi marini) Ranger addestrati sono a protezione delle uova di tartaruga, raccogliendole prima che possano essere predate o cacciate.

Durante le nottate di nidificazione le uova vengono prelevate subito dopo che la madre le ha deposte nella sabbia, spostate e seppellite in un’area sicura adibita a nursery a circa 25 cm di profondità. Dopo circa 2 mesi il piccolo rompe il guscio dell’ uovo e si fa strada nella sabbia per arrivare in superficie e lanciarsi istintivamente alla ricerca del mare; Prima che questi cuccioli raggiungano l’acqua, al fine di proteggerli ulteriormente e sottrarli anche ai numerosi predatori naturali (aerei e terrestri), vengono presi da personale appositamente addestrato e messi in vasche dedicate, dove resteranno qualche settimana in modo da crescere e rafforzarsi ulteriormente prima di essere liberati definitivamente in mare. Una volta raggiunti i 40 centimetri circa, inizieranno la migrazione che le porterà anche molto lontano, in giro per gli oceani di tutto il mondo. In genere dopo circa venti/trent’anni le tartarughe torneranno nello stesso punto del globo in cui sono nate per riprodursi.

 

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Un giovane esemplare di tartatuga embricata nel suo ambiente naturale”

 

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Oggi nelle calde e limpide acque del Borneo è davvero facile nuotare circondati da moltissimi esemplari di tartarughe, in un mare ricchissimo di vita e biodiversità, segno tangibile che i programmi di tutela e l’istituzione di aree marine protette funzionano e possono dare un grande contributo. Non è la soluzione al problema, ma sicuramente è un grande passo avanti. Ora sta a noi il compito di far conoscere al grande pubblico quanto questi animali siano non solo bellissimi da osservare in natura ma anche fondamentali per l’intero ecosistema. Coinvolgere sempre più le comunità locali in questi programmi volti ad aiutare le tartarughe marine è molto importante poiché apportano benefici anche alla conservazione, più in generale, di tutto i fondali marini.

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