La teca di Punta Campanella

Testo e foto di Edoardo Ruspantini

Sono passati quattro anni, il 23 aprile 2011 ero insieme all’amico Daniele Castrucci, per un immersione pomeridiana a Punta Campanella nell’area marina protetta omonima.

Punta Campanella chiude a sud il golfo di Napoli ed è uno dei siti di immersione più affascinanti della costiera con il suo fondale chiaro, l’acqua azzurra, i grandi ventagli di gorgonie rosse, il pesce pelagico e la ricchissima vita bentonica.

In pochi minuti eravamo ad una profondità di circa 40 metri proprio sotto la punta, nella zona dove la parete scende verticalmente dalla superfice verso il fondo. Avevo già fatto qualche foto alle gorgonie che ricoprono i grandi massi sul fondo quando avvistammo sotto di noi, su una sorta di pianoro a circa 50 metri di profondità, una “cosa” che a prima vista, dall’alto, sembrava essere una sorta di contenitore, involucro o busta di plastica.

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Istintivamente scendemmo a vedere e ci trovammo di fronte a una sfera trasparente con all’interno una specie di filamento scuro che univa i suoi poli virtuali. Aveva il diametro di circa un metro e una consistenza gelatinosa ed elastica. Scattai una quindicina di fotografie, alcune con Daniele di fianco alla sfera e alcune mentre la toccava per avere dei riferimenti dimensionali.

Rientrati a terra trovai al diving il mio caro amico Mimmo Roscigno che mi chiese come di consueto, con la sua aria sorniona e vagamente canzonatoria, come era andata l’immersione e cosa avevo fotografato. Gli parlai della “palla” e guardammo le foto. Immediatamente Mimmo e finalmente anch’io lontano dalla narcosi dei cinquanta metri, ci rendemmo conto che si trattava di un avvistamento fuori dalla norma. Si decise quindi di divulgare le fotografie nella cerchia delle nostre conoscenze per vedere se saltasse fuori qualcosa che ci aiutasse ad identificare l’organismo.

Da qui crebbe giorno dopo giorno un incredibile clamore mediatico attraverso social network, testate giornalistiche, online e cartacee, fino ad arrivare a importanti quotidiani come Il Corriere della Sera e La Repubblica, che durò più di un mese, e che in molti casi ebbe toni tra il sensazionalismo e il folkoristico e si scrissero anche un certo numero di stupidaggini.

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Accompagnati da titoli e annunci come “Un Ufo nel mare di Sorrento?” o “Uovo di calamaro gigante nei mari di Punta Campanella”, io con alcuni amici feci qualche ricerca sul web. Oltre ad alcune interessanti notizie, trovammo con sorpresa articoli su tre avvistamenti della sfera corredati di foto: nell’agosto del 2006 (forse) in Croazia nella piccola isola di Muljica (link) , in Norvegia nell’ottobre del 2008(link), e soprattutto in Nuova Zelanda nel marzo 2003. Nell’articolo, che citava il Dr. Steve O’Shea, Associate Professor Director, Earth & Oceanic Sciences Research Institute presso la Auckland University of Technology, era scritto che erano stati prelevati dei campioni contenenti embrioni che dall’esame del DNA risultarono essere di calamaro della specie Nototodarus gouldi, endemica dell’Australia del sud e Queensland e della Nuova Zelanda del nord, sconosciuta nel mediterraneo.

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Infine l’undici maggio, venti giorni dopo la mia immersione, venne data dall’Ansa, rilanciata da alcune testate come Il Secolo XIX, la notizia di un avvistamento (con foto) nelle acque di Portofino nell’agosto 2010.

Dopo quella eccezionale immersione in questi anni ho coltivato l’interesse per la teca ovarica di Punta Campanella e periodicamente ricerco in internet eventuali notizie.

In primo luogo ho trovato articoli che segnalano avvistamenti in Francia, tra Marsiglia e Cassis dal 2005 fino al 2013, a Saint Mandrier dove il 22 giugno viene girato un video dal subacqueo Renauld Helstroffer(link).

Segnalo poi il link dove si può scaricare l’intera pubblicazione del prof. Steve O’Shea ed altri sul New Zeland Journal of Zoology riguardo l’identificazione degli embrioni di Nototodorus Gouldi “First records of egg masses of Nototodarus gouldi McCory, 1888 (Mollusca: Cephalopoda: Ommastrephidae), with comments on egg-mass susceptibility to damage by fisheries trawl” (link).

Dal lavoro, interessantissimo da leggere, emerge tra l’altro che sono stati censiti non uno ma ben nove avvistamenti dal 1997 al 2003 nelle Poor Knights Island nel nord-est della Nuova Zelanda.

Ma alla fine che cosa ho fotografato nei fondali di Punta Campanella quattro anni fa?

Avvistamenti

Il prof. Roberto Sandulli dell’Università Parthenope di Napoli all’epoca del mio avvistamento fu interpellato dall’AMP di Punta Campanella per un parere che fu ripreso dalle più importanti testate giornalistiche.

In questi giorni l’ho incontrato per confrontarmi con Lui prima di scrivere questo articolo mostrandogli il frutto delle mie ricerche.

Le sue dichiarazioni furono riprese dalle più importanti testate giornalistiche e agenzie di stampa, ne riassumo i punti essenziali:

… si tratta di una massa gelatinosa contenente uova di una qualche specie di calamaro. … per la precisione, di una grossa teca ovarica di calamaro, contenente migliaia di uova … più difficile individuare di quale specie di calamaro si tratti, visto che in Italia sono censite ben 26 diverse specie di calamari e totani … soltanto il prelievo di un campione avrebbe consentito una esatta definizione dell’esemplare … l’emissione delle uova all’interno di masse gelatinose è della famiglia degli Ommastrefidi (Ommastrephidae), presente in Mediterraneo con 4 specie Ommastrephes bartramii, Illex coindetii, Todarodes sagittatus e Todaropsis eblanae, chiamate tutte con il nome comune di totano.  … non è escluso che si possa trattare anche di una specie aliena di calamaro come il Nototodarus gouldi, sconosciuto nei nostri mari …”

Lo ringrazio per avermi segnalato un interessante articolo su Nature “Post-spawning egg care by a Squid” che contiene delle bellissime fotografie effettuate in profondità con ROV (link).

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E lo ringrazio soprattutto per avermi fatto leggere le email che scambiò nel maggio 2011 con il dr. Steve O’Shea per avere un suo parere sulle mie fotografie.

Il dr. O’Shea scrive tra l’altro: “ … ci sono molte specie di calamaro che quasi certamente rilasciano masse di uova gelatinose di questa natura, ma quelle che più probabilmente le rilasciano dovrebbero appartenere alla famiglia Ommastrephidae …“.

Non sono un biologo e per ovvia onestà intellettuale non posso dare un taglio scientifico all’articolo ad esempio riportando il contenuto del colloquio con il prof. Sandulli – che non è stata un intervista – e che ha toccato altri aspetti molto interessanti sul comportamento riproduttivo dei calamari.

Questa è la storia di quello che successe quattro anni fa e di tutto quanto ho trovato in questi anni sull’argomento che spero stimoli la curiosità di chi legge come ha stimolato me.

Edoardo Ruspantini

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