Kurt Amsler

La rubrica TRENTASEIPOSE nasce con l’intento di raccontare e far conoscere storie dei grandi fotografi subacquei italiani che hanno fatto la storia di questa attività. L’occasione d’incontrare di persona, ospite d’onore e giurato del Concorso Internazionale Neapolis 2016, un grandissimo interprete della stessa, mi impone una doverosa deroga. Parliamo dello svizzero Kurt Amsler, nato nel 1946, giustamente considerato uno dei maggiori fotografi subacquei contemporanei.

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Kurt Amsler

Kurt, come nasce la tua passione per il mare e per la fotografia subacquea?

“In verità la mia passione nasce per … il lago di Zurigo! C’è chi nasce al mare ed impara a nuotare presto, io sono nato lì ed ho iniziato a nuotare ed amare il lago. Mi ha sempre affascinato conoscere cosa ci fosse sotto la superficie dell’acqua. Avevo letto un libro di Hans Haas ed ho cominciato a sognare. Così all’età di quattordici anni presi una delle costose fotocamere Leica di mio padre, fotografo professionista, per andare a scattare delle foto subacquee nel lago. Costruii così una “custodia” fatta in casa utilizzando la camera d’aria di un pallone da calcio ed un pezzo di plexiglas davanti all’obiettivo. Incredibilmente, il sistema ingegnosamente autocostruito funzionò, ritornai con lo scatto in bianco e nero di un mio amico ripreso sott’acqua. L’immagine mi piacque anche se molto contrastata. Quando la mostrai a mio padre, la prima cosa che volle sapere fu quale delle sue macchine fotografiche avevo utilizzato!”

Raccontaci di te ….

“Avevo 19 anni quando, dopo essermi diplomato alla Scuola di Arte Fotografica di Zurigo, partii per il Mar Rosso, con 300 dollari in tasca, una sacca con l’attrezzatura subacquea, una bombola da 10 litri e la mitica Calypso-Phot, la prima macchina fotografica anfibia del mondo. Passai così otto mesi nel Golfo di Aqaba, lì presi la decisione di intraprendere la carriera di fotografo subacqueo.
Nei primi anni, mi finanziavo suonando la batteria in un gruppo jazz, passione che mi è rimasta visto che ancora la suono quando ne ha occasione, ho suonato anche con tuo padre Enrico che era alla tastiera. In seguito sono diventato istruttore subacqueo aprendo scuole in Kenya, alle Maldive e al lago di Zurigo.
In trent’anni di attività, ho effettuato diverse migliaia di immersioni in tutti i mari del mondo, realizzando spesso immagini utilizzate per campagne pubblicitarie, per la moda, per scopi scientifici o per riviste, libri e televisione.

Ho iniziato all’inizio degli anni ’60, prima avevo fatto solo poche foto sott’acqua. A quel tempo non c’erano molti scafandri, la maggior parte dei fotografi utilizzavano la Hans Hass Rolleimarin, quando uscì la CalypsoPhot fu una pietra miliare. Rese la fotografia subacquea più accessibile ed economica rispetta al medio formato, duplicando il numero di fotosub. Il passo successivo fu il sistema modulare Nikonos e la MotorMarine. Con una sola fotocamera era possibile utilizzare diverse tecniche: Close-Up e tubi di prolunga, 2 opzioni Macro, 2 opzioni grandangolo. Una innovazione enorme, da quel momento fu possibile a tantissime persone scattare sott’acqua con bassi costi. Anche l’arrivo dei flash elettronici è stato un cambiamento epocale. Usare i flash a lampadine era veramente complesso e costoso. Ricordo quando andai per la prima volta in Mar rosso nel 1964, avevo la Rolleimarin e la CalypsoPhot ed usavo le lampadine, ogni foto mi costava 60 franchi svizzeri (l’equivalente di 0.50 €). Era fondamentale pensare prima dello scatto, ma è stata un’ottima palestra, bisognava essere molto selettivo ed attento: 12 immagini, 12 lampadine per l’intera immersione!”

Quali attrezzature usavi?

“Sono sempre stato al passo con i tempi: dopo la prima Calypso-Phot, ha utilizzato per diversi anni il medio formato con le famose Rolleimarin, Bronica e Hasselblad, per poi convertirmi definitivamente, nel 1978, al formato 35mm, utilizzando non solo la Nikonos V e la Nikonos RS, ma anche altre macchine Nikon, iniziando con la F2, fino alla F5, sempre scafandrate con custodie Subal, che ho contributo a progettare e sviluppare assieme ai tecnici dell’azienda”.

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Kurt Amsler con la CalypsoPhot e flash a lampadine, anno 1963. Photo J. Lanvanchy.

Quali erano le difficoltà incontrate a quei tempi?

“Il problema principale era l’assenza totale di informazioni. Alla fine degli anni ’50 tutto ciò che veniva fatto era una sperimentazione, non si conosceva nulla e bisognava andare per tentativi ed intuizione. Sostanzialmente ero un autodidatta, ho imparato facendo e sbagliando. Bisognava far fronte a tante piccole e grandi difficoltà tecniche, ma soprattuto ho imparato a “gestire” e sfruttare la luce naturale”. 

Quando hai abbandonato la tecnologia analogica?
“Decisi di passare al digitale nel 2003, utilizzando sempre apparecchiature Nikon, dalla D1-X, la D-100, ed infine la D-200”.

Parlaci della “tua” fotografia subacquea …

“Proprio ieri, qui al Neapolis Contest, ho mostrato una mia presentazione nella quale illustravo l’importanza della luce naturale. La luce è la base della fotografia, nel 1837 Daguerre and Niépce hanno iniziato ad usare la luce, noi ancora la usiamo, anche in digitale; senza la luce c’è il nulla.  Molti fotografi dimenticano la sua importanza, si basano solo sulla luce dei flash, ma noi abbiamo differenti fonti luminose, la luce ambiente, la luce delle lampade subacquee, così c’è da combinare le diverse fonti di luce. I flash spesso sono troppo potenti, sono la fonte luminosa principale e dominante. La scena andrebbe illuminata in modo naturale, includendo luce ambiente, luce dei flash e luce delle lampade. Bisogna “giocare” con essa e “sentirla”, mescolando tutte le fonti luminose. Spesso i fotosub non si curano del sole, dimenticando che quando è dietro di te l’acqua è molto più blu, mentre quando è davanti a te, la luce è più diffusa. Fanno esclusivo affidamento sui flash dimenticando di miscelare la luce del sole con quella “elettronica”. Questa è la vera arte, la fotografia subacquea può essere arte, sempre più spesso invece è un esercizio di tecnica. Quando il fotografo impara a sentire la luce, le sue immagini appariranno diverse”. – Kurt continua a raccontare – “Sono stato sempre molto selettivo nello scatto, anche adesso che fotografo in digitale, non eseguo trenta scatti dello stesso soggetto. Fare questo non significa fare meglio di un solo scatto, specialmente se non si cambia nessuna impostazione tra l’uno e l’altro. Penso sempre due volte prima di premere il comando di scatto! In questo modo gli animali sono anche più rilassati e meno disturbati”. 

Quali sono stati i tuoi più grandi successi?

“Ho vinto il 2° CMAS World Championship nel 1987, sono stato nominato Grand Master nel Brighton Festival 1987 che includeva un premio della Rolex. Il mio libro Maldives vinse il primo premio al Festival di Antibes 1994, vincendo oltre un centinaio di prestigiosi premi nei vari concorsi fotografici, compreso il  BBC Wildlife Photographer of the Year. Ho pubblicato più di mille articoli su riviste, scritto numerosi libri e partecipato a campagne pubblicitarie di alto livello“.

C’è stato un momento di crisi nella tua attività di fotosub professionista?

“Soprattutto agli inizi. A quei tempi era molto difficile, ho studiato arte e fotografia per quattro anni a Zurigo e Losanna e iniziato a lavorare nel mondo della moda, della pubblicità ma soprattutto dello sport, come mio padre. Sono stato in Libano durante la guerra e per i primi anni ho bilanciato l’attività terrestre con quella subacquea. Poi ho iniziato a fare cose nuove sott’acqua, sono stato il primo a nuotare con gli squali, a fotografare i delfini e i grandi animali marini, ad effettuare immersioni profonde sui relitti e questo mi ha consentito di diversificarmi e di vendere bene i miei articoli e fotografie”.

Raccontaci qualcosa della tua attività in difesa dell’ambiente …

“Sono vissuto sempre a contatto con l’ambiente marino, nel 1980 decisi di fondare l’organizzazione SOS-Seaturtles per la salvaguardia delle tartarughe, le più affascinanti creature marine. L’organizzazione lotta strenuamente contro chi uccide le tartarughe marine per scopi alimentari o per farne souvenir e/o improbabili medicamenti, chiede il supporto di subacquei e non, per fermare il massacro incontrollato di migliaia di questi animali ogni anno. Da allora, grazie alla fondazione www.sos.seaturtles.ch centinaia di tartarughe sono state salvate”.

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Qual’è stato il viaggio più indimenticabile?

“Isole Azorre. Ho sempre sognato di assistere alla nascita di una balena, finalmente dopo quarantacinque di attività e di avvistamenti è accaduto ciò che più desideravo, ho assistito all’incredibile nascita di un piccolo capodoglio e al suo primo respiro. Il cucciolo appena nato è stato amorevolmente assistito dalla madre e da decine di altri capodogli che si erano radunati quella mattina.

Mi ero tuffato in acqua con la mia fotocamera e la GoPro cercando di non disturbare gli animali che stazionavano nei pressi della superficie, raggruppati tra loro. Ad un tratto ho visto fuoriuscire il giovane capodoglio e l’immediato intervento dei cetacei per sostenerlo a galla ed aiutarlo a prendere dimestichezza con la respirazione ed il nuoto. C’è stato un momento in cui la madre mi è venuta vicinissimo per osservarmi e ci siamo guardati negli occhi, è stato magnifico stabilire un simile contatto. Dopo circa venti minuti il piccolo nuotava tranquillamente seguendo la madre e “le zie” nell’acqua cristallina delle isole Azzorre. Sicuramente l’incontro di quella mattina del 4 settembre 2014 resterà indelebile nella mia mente. Un sogno divenuto realtà!”

Hai un soggetto preferito?

“Sicuramente le Tartarughe, ma anche gli squali, leoni marini ed i polpi, che amo, non mangio animali, sono vegetariano, li fotografo solamente”.

Progetti per il futuro?

“Nessuno, sono ormai un settantenne e non ho più progetti (ride), ma se mi propongono qualche idea nuova o situazione interessante, sono pronto a partire per andare a fotografarla!” 

Hai collaborato alla progettazione e lo sviluppo degli scafandri Seacam e dei flash subacquei. Qual’è la cosa più importante nella progettazione di queste attrezzature?

“E’ fondamentale l’ergonomia dei comandi ed il suo bilanciamento in acqua in tutte le condizioni e configurazioni. Un flash invece deve essere piccolo in rapporto alla sua potenza, poter essere trasportato in viaggio agevolmente ed offrire una minima resistenza in acqua, ma anche l’assetto neutro ed il bilanciamento, una temperatura colore adeguata e le batterie estraibili, il che significa viaggiare agevolmente ma anche sostituire le batterie tra un tuffo e l’altro. Infine, una luce pilota a led regolabile, bassa per la macro ed intensa per il grandangolo”.

Infine, cosa pensi della terza edizione del Concorso Internazionale di Fotografia Subacquea Neapolis?

“L’organizzazione è stata perfetta, sia nella logistica che nell’intrattenimento. E’ stato un grande piacere essere qui a Pozzuoli. A riguardo del concorso, devo segnalare la grande qualità delle immagini pervenute, non è stato semplice scegliere le foto vincitrici tra le centinaia di foto esaminate inviate da oltre 80 fotografi nazionali ed internazionali. Sono state particolarmente apprezzate le immagini della categoria grandangolo, sebbene ultimamente si faccia un utilizzo smodato della tecnica Wide Angle Close Focus, non appropriata per tutte le immagini e situazioni. L’utilizzo di lenti ortogonali che invece consentono di mantenere le proporzioni dei soggetti, soprattutto dei grandi animali che popolano il mare, sono sicuramente le mie favorite. Di grande impatto visivo anche le immagini macro e le fotografie biologiche, con alcune situazioni veramente insolite”.

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Marco Gargiulo intervista Kurt Amsler in occasione del Neapolis International Contest of Underwater Photography

http://www.photosub.com/index.php

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