In pericolo il Corallo del Golfo di Napoli

Nell’Area Marina Protetta “Regno di Nettuno” rilevata la presenza di reti abbandonate adagiate sulle pareti sommerse.

Testi e foto: Edoardo Ruspantini

Il Golfo di Napoli è uno dei tratti di mare più ricchi del Mediterraneo, da sempre area privilegiata per gli studi di biologia marina e per questa ragione sede della più antica stazione zoologica d’Europa, ancora oggi tra le più prestigiose del mondo, la Anton Dohrn di Napoli fondata nel 1872.

All’interno del Golfo sono state istituite negli ultimi 28 anni ben quattro AMP. Ci troviamo oggi all’interno di quella denominata Regno di Nettuno. Nata otto anni fa è la più giovane delle quattro e copre un tratto di mare molto esteso che comprende quasi per intero le isole di Procida e Ischia.

Da sempre questa AMP ha avuto una vita molto travagliata, per usare un eufemismo, terreno di scontri all’interno Consorzio di Gestione formato dai comuni presenti nel perimetro del parco e tra il Consorzio e i propri organi amministrativi. Alla fine, nove mesi fa, come ultimi atti, il Consorzio ha proceduto al licenziamento del Responsabile dell’AMP e poco dopo il Ministero dell’Ambiente ha commissariato l’Ente revocando la gestione al Consorzio ed affidandola provvisoriamente alla Capitaneria di Porto di Napoli. Questa è la situazione al momento: sostanziale paralisi.

Tra gli obbiettivi dell’AMP ce ne sono alcuni peculiari, la protezione di una zona corrispondente al cosiddetto “Canyon di Cuma” – tratto di mare che si estende da Ischia verso nord per circa 8 miglia – all’interno del quale vi è una importante presenza di cetacei (delfini, balene, capodogli), la tutela della posidonia oceanica presente ancora, nonostante tutto, per decine di chilometri quadrati lungo le coste delle di Procida e Ischia ed infine del Corallo rosso (Corallium rubrum).

Gli scatti che mostro qui di seguito sono stati fatti negli ultimi due mesi e testimoniano la situazione della parete di Punta Pizzaco a Procida, uno dei fondali coralligeni più spettacolari del mediterraneo, deturpato da decine di metri di reti abbandonate.

Le reti fotografate ricoprono per alcune decine di metri in verticale le rocce intrappolando tra le maglie intere colonie ramificate di Corallo rosso molti già spezzati e danneggiati. Queste reti sono presenti solo da alcuni mesi, ce ne sono perlomeno tre lungo la parete e da mesi sono state segnalate.

Ma ciò non basta purtroppo. Da sempre nei fondali di Procida e Ischia viene svolta l’attività illecita di pesca del Corallo, ma nell’ultimo anno e mezzo abbiamo avuto l’evidenza visiva del prelievo per il conseguente chiaro depauperamento delle colonie di Corallo rosso presenti a Punta Pizzaco (zona B) a Punta Solchiaro sempre a Procida (zona B,) e Punta Sant’Angelo a Ischia (zona B n.t. – una sorta di zona A a tutela integrale dove sono consentite solo immersioni sportive guidate e contingentate come numero). Ho potuto verificare che questo è avvenuto sia a profondità appena superiori ai limiti ricreativi 38/45 mt., sia a profondità più elevate tra 45 e 70 metri. Certamente il Corallo è stato anche pescato, nel caso di Punta Solchiaro e Punta Sant’Angelo, a profondità prossime ai 100 metri anche se in questo caso non ho avuto per ora la possibilità di constatarlo personalmente. Ed infine abbiamo tutti i motivi per credere che il Corallo sia stato pescato anche in piena zona A di riserva integrale che include la Secca della Catena, tra Procida e Ischia, chiusa da anni alle immersioni e quindi naturalmente fuori dal controllo che la presenza dei subacquei sportivi e professionisti garantisce.

Il prelievo del Corallo rosso (come d’altra parte la pesca dei Datteri di mare) oltre ad essere un reato penale, oltre a causare un danno ambientale rilevante, è gravissimo anche perché a valle, necessariamente, si svolgono attività di lavorazione e commercializzazione parimenti illecite. Quando queste attività si svolgono nel cuore di una AMP protetta ci troviamo di fronte ad una vera e propria sfida dell’illegalità alle leggi e quindi alle regole che sono alla base della convivenza civile.

Tra gli impegni costitutivi della Italian Underwater Photography Society (IUPS) vi è quello di promuovere attraverso la forza espressiva della fotografia la comprensione e la conoscenza del mondo marino per sviluppare la sua conoscenza e per spingere e incoraggiare la sua tutela. Spero quindi che, oltre alle parole che sono state abbondantemente spese nell’ambiente in questi ultimi due anni per lo specifico problema del Corallo, le immagini che pubblichiamo oggi siano di impatto sufficiente per smuovere i fotografi e gli operatori subacquei e le autorità scientifiche nella denuncia, e gli Enti di tutela e di controllo a collaborare per fare qualcosa di incisivo, subito.

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